Cosa mangiano i bovini ?

I bovini e gli ovini sono ruminanti. Il loro stomaco è costituito da quattro camere (una delle quali è il rumine) che consentono la digestione della cellulosa contenuta nei vegetali, non assimilabile invece dall’uomo. Anche i caprini, i cervidi e i camelidi sono ruminanti.
Come tutti gli animali, i ruminanti necessitano di due fonti principali di alimenti: energetici e azotati. Questi diversi tipi di alimenti servono per regolare la temperatura, camminare, formare la muscolatura, assicurare il metabolismo. L’alimentazione svolge quindi un ruolo essenziale nelle prestazioni produttive (carne o latte) e riproduttive degli animali.
Con una percentuale compresa tra il 45 e il 55% delle spese gestionali di una azienda agricola, la voce alimentazione occupa un posto di tutto rilievo nel risultato economico di quest’ultima. Per ottimizzare le prestazioni l’allevatore pratica quindi il razionamento, ossia copre il fabbisogno dell’animale in un determinato momento tenendo conto del peso, dello stato psicologico e del livello di produzione.
Circa l’85% della dieta dei bovini deriva da risorse foraggiere e cerealicole prodotte in azienda. Il resto è costituito da fonti proteiche vegetali, prevalentemente panelli di soia o colza ottenuti successivamente all’estrazione dell’olio da questi semi, minerali e vitamine. Tra le risorse foraggiere, il granoturco da foraggio (utilizzato per la fabbricazione di granoturco insilato) permette agli allevatori di avere scorte garantite e nel contempo incrementare il livello energetico delle razioni. Il tipo di razione, ossia la rispettiva proporzione di questi diversi alimenti (erba, foraggio, cereali, panelli), varia considerevolmente a seconda dell’età dell’animale, del tipo e della regione di produzione.
Quando si parla di alimentazione, non bisogna dimenticare l’acqua. Un bovino beve da 30 a 50 litri d’acqua al giorno a seconda dello stadio psicologico, della temperatura esterna e dell’alimentazione che riceve.
Occorre infine ricordare che l’impiego di farine animali è vietato per tutti gli erbivori.

Tre tipi di foraggiere
Possiamo distinguere 3 tipi di foraggiere: i prati stabili o naturali, i prati avvicendati o artificiali e le foraggiere annuali.

I prati stabili o naturali
Non rientrano nell’avvicendamento, si possono definire superfici permanentemente in erba; inerbiti naturalmente o seminati da molti anni, presentano una flora complessa, che può evolversi notevolmente sotto l’azione di numerosi fattori, e in particolare delle modalità di sfruttamento applicate, solitamente estensive. Occupano prevalentemente terreni inaccessibili all’aratro o difficili da lavorare. A seconda della composizione di questa flora naturale, la resa dell’erba risulta più o meno elevata. Questo tipo di foraggiere copre circa 45 milioni di ettari nell’Unione europea, pari al 32% della SAU.

I prati avvicendati
Oltre a vantare una capacità produttiva più elevata rispetto ai prati stabili, i prati avvicendati si distinguono da questi altri perchè sono compresi nella rotazione. In alternanza a un’altra coltivazione, vengono quindi seminati, utilizzati per il pascolo o falciati, conservati per una durata limitata (generalmente 3 – 5 anni) e, quando la produttività non è più soddisfacente, dissodati per lasciare il posto a un’altra coltura, che si troverà avvantaggiata dal miglioramento della struttura e della fertilità del terreno a seguito dell’utilizzo come foraggiera.

Sono anche chiamati prati artificiali se piantati con specie vegetali a forte valore alimentare come l’erba medica o il trifoglio.

I prati avvicendati coprono poco meno di 15 milioni di ettari nell’Unione europea. Generalmente rientrano in sistemi di sfruttamento più intensivi e portano all’incremento delle risorse foraggiere anche in zone conosciute un tempo per essere poco idonee alla produzione di erba.

Le foraggiere annuali
Riguardano colture che occupano il terreno per una parte dell’anno. Contrariamente ai prati, le foraggiere annuali hanno quindi una durata vegetativa limitata così che in un unico appezzamento è possibile realizzare due o anche tre colture l’anno, nelle condizioni più idonee. Addirittura tra due colture principali si intercalano talvolta alcune piante, trattate in tal caso come colture intercalari.

Inoltre, mentre i prati possono essere falciati più volte nel corso dell’anno, le foraggiere annuali vedono nella stragrande maggioranza dei casi un unico raccolto.
Le piante utilizzate sono le più svariate: dalle leguminose (pisello, veccia, favino, trifoglio incarnato, ecc.), alle graminacee (granoturco, sorgo, avena, orzo, orzo polistico, grano, segale, ecc.) passando per le crocifere (cavolo, ravizzone, colza, ecc.) e, tra le radici e i tuberi, la barbabietola, la patata e il topinambur, per limitarsi soltanto alle principali.

In genere queste foraggiere sono considerate una produzione integrativa volta alla costituzione di riserve invernali o una sostituzione dei prati nei momenti difficili dell’anno.

La loro estensione varia enormemente da un paese all’altro. In Francia coprono 1,7 milioni di ettari

L’erba prevale negli allevamenti di giovani specie
L’erba occupa il primo posto nell’alimentazione dei bovini delle razze da carne. Il 70% dell’erba ingerita da una vacca va alla produzione di carne.

Gli allevamenti specializzati in giovani specie o nella riproduzione gestiscono l’alimentazione

dei propri animali a partire dall’erba di cui dispongono, ossia:
– Pascolo in primavera ed estate.
Il periodo pascolivo dura 7 – 8 mesi l’anno. Questi periodi sono alternati ai periodi di sfalcio, per la costituzione delle riserve foraggiere invernali.
Poichè però il valore nutritivo dell’erba diminuisce con il passare dei mesi, è spesso necessario integrare l’alimentazione degli animali già da fine estate. Gli animali infatti devono essere in buono stato per poter affrontare l’inverno, periodo importante per l’allevatore, perchè è solitamente il periodo di figliatura dei bovini da carne.
– Consumo di fieno d’inverno. Il fieno è prodotto in primavera quando le riserve di erba direttamente disponibili nei pascoli sono ingenti. Dopo lo sfalcio, l’erba viene lasciata seccare al sole per alcuni giorni, viene quindi affastellata o confezionata in balle rotonde per essere stoccata.

In genere negli allevamenti di bovini da carne con sistema semibrado si cerca di ricoverare in stalla animali in buono stato. Nei primi mesi dell’inverno si pratica quindi una sottoalimentazione energetica temporanea per limitare il costo dell’alimentazione, senza però risparmiare sull’apporto di azoto, minerali e vitamine (indispensabili per il corretto funzionamento dell’apparato riproduttore).

Quindi, in un anno, il peso delle vacche nutrici varia in maniera significativa (50 – 100 kg, o anche di più). I sistemi zootecnici sono infatti studiati affinchè d’inverno e durante la lattazione le vacche utilizzino le riserve accumulate sotto forma di grasso durante la stagione pascoliva. L’attitudine a mobilizzare le riserve è molto sviluppata nelle vacche da carne. La quantità di riserve (energetiche) di cui dispone l’animale è misurata attraverso il suo stato esterno di ingrasso (da non confondere con il titolo di grasso attribuito alla carcassa in fase di macellazione).

Il granoturco e i mangimi industriali negli allevamenti ingrassatori
Gli ingrassatori sono allevamenti in cui generalmente si fa un ingente consumo di granoturco e mangimi industriali integrativi. In Italia, la spesa per l’alimentazione è stimata attorno a 0,3 €/kg di accrescimento per un animale di tipo Charolais.

L’energia del granoturco
Il granoturco è una pianta molto energetica, ricca di glucidi ma povera di proteine. Per assicurare il corretto accrescimento degli animali, l’allevatore deve quindi prevedere un’integrazione proteica della razione.

Il granoturco deve il suo ampio utilizzo nell’alimentazione degli animali all’elevata concentrazione energetica, determinata dall’alto contenuto di amido. È utilizzato in grani (incorporati nella razione degli animali o come costituenti di mangimi composti) o sotto forma di pianta intera, che può essere raccolta e insilata (riserva foraggiera invernale per i bovini) prima che i chicchi giungano a maturità completa per l’alimentazione dei ruminanti. È il cosiddetto granoturco da foraggio.

Nei centri di ingrasso italiani, la produzione di granoturco contribuisce a una migliore valorizzazione delle potenzialità del luogo grazie all’irrigazione. La maggior parte degli allevamenti produce il proprio granoturco e acquista i cereali e le proteine; altri invece vendono i cereali e acquistano il granoturco in loco.

Il dinamico settore dei mangimi industriali
I mangimi industriali hanno fatto la loro comparsa in Europa negli anni ’30. Oggi l’industria dei mangimi, predominante nell’allevamento europeo, è divenuta un polo di propagazione delle innovazioni tecniche e dell’organizzazione delle filiere.

Mentre la stragrande maggioranza del pollame da carne e dei suini è nutrita con questi alimenti completi, la razione di base dei ruminanti viene soprattutto dalla produzione foraggiera dell’azienda zootecnica.
Queste razioni sono bilanciate con cereali (prodotti in situ o acquistati) e panelli oppure mangimi industriali integrativi. Le materie prime rappresentano l’80 – 85% del prezzo di costo dei “granulati” (mangimi industriali). Si annoverano un centinaio di componenti, tra cui: cereali, proteaginose, panelli di oleaginose, sottoprodotti dell’industria molitoria, degli zuccherifici… I più recenti sono invece la manioca, la patata dolce, la polpa di agrumi, ecc.

L’alimentazione di manzi e giovenche
Questi animali ad accrescimento lento, ingrassati in media fino all’età di tre anni, danno una carne notoriamente di qualità.

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Dopo avere trascorso circa otto mesi al pascolo con la madre, una volta svezzati il loro regime alimentare alterna fasi di pascolo esclusivo, senza nessun altro alimento, in primavera, estate e autunno, a fasi di alimentazione in stalla d’inverno, quando non cresce più l’erba, basata su fieno o altri foraggi conservati (come il fieno-silo), con un’integrazione di cereali e panelli.

Esistono naturalmente varianti a questa alimentazione tipo. A seconda dell’età di macellazione degli animali, gli integratori rivestono un ruolo più o meno importante. Più un animale deve essere macellato giovane, più aumentano le dosi di alimenti integrativi.

Analogamente, i manzi delle razze da latte, svezzati molto presto, nei primi tre mesi di vita ricevono mangime di allattamento, fieno, cereali e panelli prima di essere messi al pascolo. Sono macellati più giovani dei manzi di razze da carne.

L’alimentazione dei bovini giovani o torelli
Fatta eccezione per gli animali destinati alla produzione di vitelli da macello e manzi, i bovini maschi sono ingrassati per essere macellati giovani verso i 18 mesi (categoria bovino giovane o “torello”). La produzione di torelli dà una carne poco colorata, destinata prevalentemente ai mercati del Sud Europa e dell’Europa dell’Est.

Razione: mangimi industriali + farina di cereali e granoturco

L’alimentazione dei torelli è molto standardizzata:
– Se di razza da latte, sono svezzati nel primo mese di vita e per i tre mesi successivi ricevono un mangime di allattamento più fieno o concentrato; se di razza da carne, sono svezzati dopo 8 mesi passati al pascolo con la madre.
– Successivamente, i tre quarti dei bovini giovani prodotti nei nostri paesi sono alimentati con alimenti a base di granoturco da foraggio (pianta intera). Questo alimento molto energetico, ricco di glucidi ma povero di proteine, è integrato con sostanze azotate sotto forma di cereali e panelli di oleaginose (per esempio panelli di soia).
Le varianti dell’alimentazione dipendono dalle disponibilità regionali.
Nel nord della Francia, regione di produzione di barbabietola da zucchero, o in alcune zone dell’Italia, la polpa di barbabietola secca o pressata (prodotti derivati dalla lavorazione dello zucchero) sostituisce il granturco perchè più economica. In altre regioni, l’insilato di mais può essere sostituito dall’insilato di sorgo e dall’erba medica e, in altre regioni, da cereali schiacciati.
In Italia, la paglia di cereali, alimento raro, è riservata esclusivamente all’alimentazione. Per la lettiera invece, gli allevatori utilizzano canne di granoturco o sorgo oppure crusche di riso (l’involucro del chicco).
Possono essere utilizzati anche altri prodotti derivati, come la melassa (anch’essa risultante dalla lavorazione dello zucchero), la polpa di agrumi, le patate non commercializzabili nel circuito destinato all’alimentazione umana, i panelli di colza, il girasole o la soia, le trebbie di birra.

Come funziona lo stomaco di un ruminante
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La vacca ha quattro stomaci che le permettono di ruminare

La ruminazione è la prima fase dell’alimentazione dei bovini. Anche numerosi altri animali selvatici o domestici sono ruminanti (i cervi, gli zebù, i bufali, le pecore, le capre, i mufloni…). Al pascolo, un bovino rumina 8 – 12 ore al giorno. La ruminazione è lenta e si suddivide in diverse fasi, durante le quali gli alimenti passano diverse volte in bocca e nel primo dei quattro stomaci della vacca:

  1. il rumine,
  2. il reticolo,
  3. l’omaso,
  4. l’abomaso.

La ruminazione: per non consumare sul posto
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Affinchè la ruminazione abbia inizio è necessario che la vacca si nutra. Quando bruca, una vacca non mastica a fondo l’erba ma la inghiottisce sotto forma di fili molto lunghi. Questi fili d’erba discendono nell’esofago e cadono nel reticolo, per andare a finire direttamente nel rumine (ogni minuto).

vacca06Dopo avere brucato erba in gran quantità, la vacca va a sdraiarsi in un posto tranquillo. È in questo momento che ha inizio la ruminazione vera e propria. Dal rumine, i grossi fili d’erba sono rimandati verso la bocca, grazie a una contrazione sincronizzata del reticolo e dell’esofago. Di ritorno in bocca, questo bolo alimentare sarà masticato a lungo.

vacca07La masticazione riduce la dimensione dei fili d’erba. In questa fase, viene mischiata all’erba una ingente quantità di saliva: in 6 – 8 ore di masticazione giornaliere, la vacca produce 160 – 180 litri di saliva.

Una volta ben triturati, i filetti d’erba ritornano nel rumine, dove saranno “attaccati” dai microrganismi che inizieranno a digerirli.
Questa intensa attività microbica corrisponde a una fermentazione.

Avviene in continuazione, anche se uno stesso filo d’erba resta nel rumine 24 – 48 ore, durante le quali è “attaccato” dai microrganismi. Questa fermentazione fabbrica sostanze volatili, che passeranno attraverso la parete del rumine per essere utilizzate come fonte di energia dagli organi della vacca. Contribuiscono anche alla fabbricazione del latte.

La fermentazione produce più di 1.000 litri di gas al giorno. Soltanto gli alimenti ridotti finemente in poltiglia passano nei serbatoi successivi: prima l’omaso e poi l’abomaso.

La ruminazione permette ai bovini di non passare tutta la giornata al pascolo a masticare l’erba. In questo modo possono infatti brucare per un tempo limitato e conservare quest’erba nel rumine. Dopodichè possono spostarsi in un luogo riparato e riprendere a masticare. La ruminazione permette agli animali di limitare il tempo al pascolo “allo scoperto”, esposti al sole ma anche ai predatori. L’addomesticamento della vacca infatti non risale a epoche molto remote e prima non c’erano gli allevatori per proteggere le vacche selvatiche dagli attacchi dei carnivori.

Nell’omaso comincia la prima selezione di alcuni nutrimenti

Nell’omaso la vacca assorbirà determinate sostanze contenute nella “poltiglia” di erba e microrganismi: acqua, sodio, fosforo e altre sostanze volatili. Il sodio e il fosforo sono recuperati nel sangue e ritorneranno nel rumine tramite la saliva.

Nota: Grazie alle pliche, spaziate secondo distanze ben determinate, l’omaso fungerà anche da filtro impedendo la discesa dei fili d’erba più grossi. Infatti soltanto particelle inferiori a 2 mm di lunghezza possono attraversare l’omaso, che quindi regolarizza il transito digestivo e prepara il pasto della vacca all’effettiva digestione che avverrà nell’abomaso.

Nell’abomaso avviene la digestione acida

L’abomaso secerne l’acido cloridrico e numerosi enzimi digestivi, analogamente a quanto Il vitello non è ruminante dalla nascita, infatti non rumina finchè è nutrito con latte. Comincia a avviene nello stomaco degli altri animali non ruminanti (cane, maiale, uomo, ecc.).

Nota: L’abomaso digerisce la maggior parte dei grassi (lipidi) e delle proteine vegetali sfuggita alla fermentazione nel rumine.
Inoltre digerisce le proteine fabbricate dai batteri nel rumine (0,5 – 2,5 kg di proteine al giorno), prodotte anch’esse a partire dall’erba.

Al termine di questo lento lavoro, gli alimenti non assomigliano più ai fili d’erba iniziali. Passeranno quindi nell’intestino tenue e nell’intestino crasso, dove la digestione prosegue grazie alle secrezioni della cistifellea, del pancreas ecc. Ma questa è un’altra storia.

– Il Bovino –
Il Bovino (Bos taurus) è una specie di mammifero appartenente alla famiglia dei Bovidi.
L’individuo maschio di tale specie è chiamato bovino (plurale: bovini), l’individuo femmina bovina (plurale: bovine).
Il bovino adulto, cioè di età superiore ai quattro anni, non castrato è anche chiamato toro, adulto castrato bue, di età compresa tra uno e quattro anni castrato manzo, di età inferiore a un anno vitello. La bovina adulta, cioè di età superiore ai tre anni, o che si trovi oltre il sesto mese di gravidanza, è anche chiamata vacca, di età compresa tra uno e tre anni e che non si trovi oltre il sesto mese di gravidanza manza, di età inferiore a un anno vitella. La vacca che non ha superato i tre anni d’età è anche chiamata giovenca.
La vacca può anche essere chiamata mucca anche se il termine in campo zootecnico è errato. L’origine deriva da una contrazione tra il termine muggito e il termine vacca.
Il bovino viene allevato per il latte molto usato nell’alimentazione sia come bevanda sia come materia prima da cui ricavare formaggio, panna, burro (vedi Derivati del latte).
I vitelli vengono allevati principalmente per la carne, solo una parte viene infatti lasciata crescere per destinarla alla riproduzione.
I bovini non vengono solamente usati per la produzione lattifera o per la loro carne, infatti prima della meccanizzazione agricola (e dunque ancora oggi in molte aree del mondo) i buoi, essendo forti come i tori ma molto più mansueti per via della loro castrazione, erano molto impiegati anche come forza motrice per macchine agricole e mezzi di trasporto.
Dalle deiezioni bovine (letame o liquami) si possono ottenere inoltre molti macroelementi e microelementi per la coltivazione dei terreni agricoli, in primis azoto, utile per la crescita delle piante.
Da notare che oggi l’allevamento dei bovini è, non immotivatamente, messo sotto accusa per l’effetto serra: il biochimismo digestivo bovino (e dei ruminanti in generale) in effetti produce metano, gas a effetto serra; secondo alcuni studi recenti vi sarebbe la possibilità di ridurlo, modulando la carica batterica del tubo digerente da cui verrebbe ridotta la componente metanogena

– La Mucca –
Il termine “mucca” nasce nel XVIII secolo e, molto probabilmente, è l’accorpamento delle prime due lettere di “mungere” e delle ultime tre lettere di “vacca”.
E’ la femmina adulta (di circa tre anni e mezzo) dei bovini domestici, o di età inferiore purchè abbia già partorito, o si trovi oltre il sesto mese di gravidanza; prima di tale età è chiamata giovenca (vedi foto).
Come tutti i ruminanti ha lo stomaco strutturato in quattro sacchi detti panzone (il rumine), cuffia (il reticolo), centopelli o foglietto (l’omaso), quaglio (l’abomaso).
Le mucche diventano sessualmente mature tra i 10 e i 12 mesi e l’età più favorevole per la riproduzione è quella compresa tra i 16 e i 24 mesi; la gravidanza dura in media 280-285 giorni.
La durata media della vita è 18-22 anni.
La classificazione oggi universalmente accettata raggruppa le razze secondo le loro attitudini: razze da latte, da carne, da duplice (carne e latte, carne e lavoro) o triplice attitudine (latte, carne e lavoro).
La razza da latte ha come caratteristiche una testa piccola con collo sottile, lo scheletro leggero, il torace profondo, il ventre ampio, gli arti sottili, la mammella ben sviluppata.
Il tipo da carne ha, invece, una ossatura robusta con grande sviluppo delle masse muscolari; la testa regolare con collo corto, il petto e il torace ben sviluppati, le cosce molto muscolose, gli arti brevi.
Le principali razze da latte sono: frisona, jersey, ayrshire, guernsey, bruna alpina, valdostana; le razze con prevalente attitudine alla produzione di carne sono: shorthorn, aberdeen angus, hereford, charollaise, limousine.
Romagnola, maremmana, chianina, marchigiana, podalica, red poll sono, invece, razze ideali sia per la produzione di carne e sia per la produzione di latte.
Piemontese, reggiana, simmenthal, burlina sono vacche a triplice attitudine.
Alla mucca è legata una simbologia diffusa soprattutto tra i diversi popoli orientali: noto è l’episodio degli Ebrei che, mentre attraversavano il deserto del Sinai, bruciavano una vacca rossa, senza difetti e non sottoposta a giogo, e mescolavano, poi, le sue ceneri con acqua ogniqualvolta compivano riti purificatori ed espiatori.
In India la vacca è l’animale sacro per eccellenza e viene lasciata vagare liberamente nelle città e nei campi; non è lecito nè ucciderla nè cibarsi delle sue carni.